ieri ho visto Jurassic World.
mi sta bene tutto. l'ibrido, la genetica assurda, i dinosauri parlanti, l'alimentazione a base di squali bianchi...
ma quello che mi domando è: perché le donne in questo franchise sembrano sempre uscite da un universo parallelo in cui il femminismo non c'è stato? o dai primi anni '50, via!
lei:
- urla
- piange
- ha crisi isteriche
- non pensa ai bambini (ma poi si redime)
- non ama il maschio alfa (ma poi ci ripensa)
- cerca di difendersi da sola (ma non ci riesce)
- e la salva lui (più volte)
- fa tutti gli errori di gestione del parco (e salva la situazione lui con il pistolone)
- urla (ancora)
- difende i bambini
- e infine non resiste al fascino del maschio alfa
ma essendo un film moderno è:
- arida e in carriera (solo all'inizio)
- ricca
- corre
- suda
- non sviene
e per dare una vera svolta avanguardista a un certo punto lei libera un T-Rex (ma il suggerimento arriva da un bambino).
ah! il tutto sui tacchi a spillo e in tailleur.
#lofacevagiàGingerRogers
la prossima volta niente umani. solo dinosauri che erano proprio belli.
grazie! :D
V.
ps: è ovvio che sei lei è così, lui è l'esatto opposto #uomoduro #bidimensionalecomeKen #sorridesoloquandoleguardaletette
mercoledì 17 giugno 2015
venerdì 17 aprile 2015
Test di Vito Russo
Esiste il Bechdel Test per misurare il sessismo in un film:
- ci devono essere almeno due personaggi femminili di cui si conosca il nome;
- i due personaggi femminili devono parlare tra di loro;
- non devono parlare di uomini (e su questo terzo punto cadono tutti).
E questo test lo conoscevamo già.
Ora ho scoperto che esiste anche un test di Vito Russo, per misurare la presenza e il valore dei personaggi LGBT in un film, creato dal GLAAD, l'associazione per la corretta rappresentazione delle persone LGBT:
- ci deve essere un personaggio che sia chiaramente lesbo, gay, bisex o trans;
- il personaggio non deve avere come caratteristica principale il suo orientamento sessuale;
- il personaggio deve essere tanto rilevante nella storia che la sua rimozione avrebbe un effetto significante.
Questi test non mi convincono moltissimo, hanno tanti limiti e difetti (il test di Bechdel, che è bello vecchiotto, ha ricevuto molte critiche sensate e sono state proposte varie modifiche alle regole), però creano un momento di analisi che fa emergere punti interessanti.
Il Bechdel Test è stato inventato nel 1985 (epoca in cui avevamo solo Ellen Ripley di Alien come personaggio femminile d'azione e non soggetto a salvataggi da parte di uomini) ed è stato molto importante per avere un colpo d'occhio sulla situazione pietosa dei personaggi femminili nel mondo del cinema.
Lo stesso penso valga oggi per il test di Vito Russo. Imperfetto, ma crea un filtro che ci permette di avere un colpo d'occhio sulla situazione attuale.
Ho trovato molto illuminanti i risultati che si ottengono se si applica il test di Vito Russo alle maggiori case di produzioni cinematografiche statunitensi*.
Anche solo applicare la regola "ci deve essere almeno un personaggio lesbo, gay, bisex o trans" fa cadere il numero di film prodotti in un anno per ogni major a solo due o tre. Passando il filtro delle altre due regole non si salva quasi nulla.
Ora sto provando ad applicare il test di Vito Russo ai miei libri (si salva solo Nephilim) e agli ultimi libri che ho letto (non si salva nessuno)...
Come spesso succede siamo noi stessi vittime inconsapevoli della nostra cultura razzista, omofoba e sessista. Magari avere in testa un terzetto di domande ci aiuta a valutare ciò che produciamo e guardiamo e leggiamo in maniera un po' più critica.
Bene, adesso dopo il Bechdel Test (si salvano sia Nephilim che Nopperaboo dei miei libri), mi troverò a scornarmi pure con il Vito Russo. Qualcuno ha un test sulla discriminazione razziale da applicare ai miei libri e da tenere a mente?
V.
*l'unico che lo passa a pieno titolo è Shadowhunters (Sony) con Alec e Magnus; quello che sta messo peggio di tutti è Riddick (Universal), con la lesbica che non riesce a resistere al fascino del testosterone del protagonista e se lo fa "mettere dentro fino alle palle".
- ci devono essere almeno due personaggi femminili di cui si conosca il nome;
- i due personaggi femminili devono parlare tra di loro;
- non devono parlare di uomini (e su questo terzo punto cadono tutti).
E questo test lo conoscevamo già.
Ora ho scoperto che esiste anche un test di Vito Russo, per misurare la presenza e il valore dei personaggi LGBT in un film, creato dal GLAAD, l'associazione per la corretta rappresentazione delle persone LGBT:
- ci deve essere un personaggio che sia chiaramente lesbo, gay, bisex o trans;
- il personaggio non deve avere come caratteristica principale il suo orientamento sessuale;
- il personaggio deve essere tanto rilevante nella storia che la sua rimozione avrebbe un effetto significante.
Questi test non mi convincono moltissimo, hanno tanti limiti e difetti (il test di Bechdel, che è bello vecchiotto, ha ricevuto molte critiche sensate e sono state proposte varie modifiche alle regole), però creano un momento di analisi che fa emergere punti interessanti.
Il Bechdel Test è stato inventato nel 1985 (epoca in cui avevamo solo Ellen Ripley di Alien come personaggio femminile d'azione e non soggetto a salvataggi da parte di uomini) ed è stato molto importante per avere un colpo d'occhio sulla situazione pietosa dei personaggi femminili nel mondo del cinema.
Lo stesso penso valga oggi per il test di Vito Russo. Imperfetto, ma crea un filtro che ci permette di avere un colpo d'occhio sulla situazione attuale.
Ho trovato molto illuminanti i risultati che si ottengono se si applica il test di Vito Russo alle maggiori case di produzioni cinematografiche statunitensi*.
Anche solo applicare la regola "ci deve essere almeno un personaggio lesbo, gay, bisex o trans" fa cadere il numero di film prodotti in un anno per ogni major a solo due o tre. Passando il filtro delle altre due regole non si salva quasi nulla.
Ora sto provando ad applicare il test di Vito Russo ai miei libri (si salva solo Nephilim) e agli ultimi libri che ho letto (non si salva nessuno)...
Come spesso succede siamo noi stessi vittime inconsapevoli della nostra cultura razzista, omofoba e sessista. Magari avere in testa un terzetto di domande ci aiuta a valutare ciò che produciamo e guardiamo e leggiamo in maniera un po' più critica.
Bene, adesso dopo il Bechdel Test (si salvano sia Nephilim che Nopperaboo dei miei libri), mi troverò a scornarmi pure con il Vito Russo. Qualcuno ha un test sulla discriminazione razziale da applicare ai miei libri e da tenere a mente?
V.
*l'unico che lo passa a pieno titolo è Shadowhunters (Sony) con Alec e Magnus; quello che sta messo peggio di tutti è Riddick (Universal), con la lesbica che non riesce a resistere al fascino del testosterone del protagonista e se lo fa "mettere dentro fino alle palle".
venerdì 6 febbraio 2015
Preludi a Guerra in Purgatorio: Malfesh
e con il racconto sul Demone Malfesh è online l'ultimo racconto dei preludi di Guerra in Purgatorio!
spero davvero vi siano piaciuti :)
ah! si possono scaricare tutti insieme come ebook da amazon e da kobo.
e sì... sono in ritardo anche questa settimana.
spero davvero vi siano piaciuti :)
ah! si possono scaricare tutti insieme come ebook da amazon e da kobo.
e sì... sono in ritardo anche questa settimana.
Malfesh
Apro gli occhi. Mi guardo intorno. Stanza
quadrata. Una finestra. Una porta. Nessun movimento. Una lavabo. Un secchio.
Una cassa di legno. Un appendiabiti. Quattro completi grigi. Annuso l’aria.
Sudore, carne. Tana. La mia tana. Da ieri la mia tana. Spazio sicuro. Nessuno
conosce questo luogo. Lei mi ha detto che nessuno mi troverà. Lei mi ha detto
che qui potrò essere il suo strumento. Per tutto il tempo. Fino alla mia
ricompensa.
Punto della situazione. Cosa ho completato.
Contatto primario concluso. Successo. Arruolato
tra le sue fila.
Compiti forniti dal contatto primario.
Contattare Valerie Feather. Lei è il nuovo
capo dei Celestiali. Lei deve farmi suo. Infiltrarmi nella Corp. e diventare
indispensabile.
Ogni cosa sta prendendo moto. Ogni
elemento dovrà essere mosso impercettibilmente per non destare sospetti. Un
grande piano di cui non conosco i dettagli. Non posso conoscerli. Il mio
cervello sarà studiato, esposto, aperto e analizzato. Lei non può permettersi
di uscire allo scoperto. Lei impedirà al mio cervello di rivelare. Tutto il
superfluo è stato rimosso.
Non sapere tutela la missione. Lei ha
preso tutto ciò che di me non era necessario. Ha riempito gli spazi vuoti di
rumore di fondo. Un cervello di Demone non è un luogo conosciuto. Nessuno
capirà. Nessuno potrà intuire che tutto è fuori posto. La mia natura fisica è
caotica. Ora è anarchia.
Il pensiero. Pulito. Affilato. Semplice e
lineare.
L’assenza di memoria mi rende più
efficiente. Costruisco da oggi. Domani non ricorderò il suo nome, domani non
ricorderò il volto di Lei.
Ma Lei ha stretto un patto con me. Non
potrà tradirmi.
Lei rispetterà il patto perché sarà
obbligata a farlo. La magia la conosco. Non concede sconti a nessuno. Nemmeno a
lei.
Io dovrò riuscire nella mia missione, così
che lei debba darmi il compenso che mi spetta.
La fine.
giovedì 29 gennaio 2015
Preludi a Guerra in Purgatorio: Blake
Penultimo racconto per Nephilim.
Il prossimo giovedì parto per Novegro (MI), per la fiera dei comics. Se vi capita di passare mi troverete con uno stand, i fumetti di Nicola Tini e i libri fantasy di Stefano Mancini!
Buona lettura intanto!
Il prossimo giovedì parto per Novegro (MI), per la fiera dei comics. Se vi capita di passare mi troverete con uno stand, i fumetti di Nicola Tini e i libri fantasy di Stefano Mancini!
Buona lettura intanto!
Blake
«Ciao mamma».
L’infermiere ha detto che
oggi non è un buon giorno. Lei si volta a guardarmi. Ha gli occhi sporchi e
incrostati. Le palpebre abbassate. Torna a guardare il paesaggio oltre la
finestra e sembra non accorgersi più che sono qui.
«Ti trovo bene
stamattina. Hai fatto colazione?», non l’hanno lavata bene. La soluzione
glucosata è quasi finita. Andrò a parlare con la capo reparto. Questo nuovo
ragazzo non va bene. Le do un bacio sulla testa.
La stanza però è pulita.
Un po’ troppo calda. Meglio toglierle la coperta.
La afferra e la tira a
sé. Mi osserva con aria di rimprovero.
«Vuoi tenerla? Ma è
molto caldo», continua a stringerla. Lascio la presa e le accarezzo la mano. «Va
bene mamma, tieni la coperta».
Mi siedo accanto alla
sua poltrona. Fuori gli alberi sono scossi da un vento forte. L’estate sta
finendo e la malattia avanza in fretta. È meno di un anno che vive qui. Non
penso ricordi più casa o la vita di pochi mesi fa. Quando è entrata era autunno
e aveva dei momenti in cui era lontana, persa. Adesso ha dei momenti in cui ho
l’impressione che mi riconosca. Non mi racconta più dei libri che legge, non mi
chiede più come sto, come va la clinica. Lascio che il rumore dell’orologio
alla parete mi tranquillizzi e scandisca un po’ di questo tempo. Il suo odore è
sempre lo stesso. Avrei voluto che le lasciassero i capelli lunghi, purtroppo
non è facile quando non possono più prendersi cura di sé da soli. Mi chiedo
quanto tempo ci vorrà prima che mi dicano che è tempo di trasferirla al piano
di sopra. Dove sono i terminali, quelli che non possono più stare soli.
«Volevo parlarti di una
persona», non sembra ascoltarmi ma va bene lo stesso. «È un ragazzo che ho
conosciuto qualche mese fa. Un infermiere. È venuto nella mia clinica per un
tirocinio. Una bella persona. Molto bravo. I pazienti di cui si è preso cura
sono migliorati tanto. Ha un modo di parlare con loro che li tocca in un
qualche modo speciale. Ricordi quel barbone sempre ubriaco di cui ti parlavo
tempo fa? Quello che non avevamo mai convinto a farsi una doccia e un
trattamento antiparassitario? Beh Jonathan c’è riuscito dopo aver passato con
lui qualche ora a parlare. Certo questa storia non sembra più così bella ora
che la racconto. Ma ti giuro che quando Jonathan è venuto a chiederci un
accappatoio e del sapone ha lasciato tutto lo staff senza fiato. Un piccolo
miracolo».
Mi avresti sorriso con
malizia e avresti detto: non mi racconti tutto ragazzo. Sputa il rospo, avanti.
«Hai ragione mamma, non
ti sto raccontando tutto. Come primario non avrei dovuto spostare il nostro
rapporto su un piano personale, ma lui è così… speciale. Non so come
spiegartelo. I suoi occhi, i suoi modi. È come se venisse da un altro mondo. Un
mondo più bello. Gli ho chiesto di uscire. E so cosa stai per dire, è stata una
mossa rischiosa. Ma il suo tirocinio era quasi finito e insomma ho deciso di
rischiare. Comunque mi ha detto di no. E non mi ha quasi più parlato per il
resto del suo tempo in clinica. Ma l’hai già capito. La storia non è finita
qui. L’ultimo giorno di tirocinio mi ha lasciato un biglietto con segnato un
numero di cellulare, dicendomi che adesso sì, potevamo uscire insieme. Un bel
tipo eh? Uno che sa il fatto suo comunque. Siamo usciti ed è stato molto bello.
Lui è molto più giovane di me, ma abbiamo parlato di tutto e mi sono sentito
bene. Al secondo appuntamento c’è stato un bacio. E al terzo anche. Ma non
siamo andati oltre questo. Ha iniziato a lavorare in una casa di riposo per
anziani. Non è molto lontano dalla clinica. Ora è fuori per una vacanza. Non lo
sento da un po’ di giorni e mi manca. È strano. Una persona può entrarti nel
cuore in un attimo. E lo scopri solo quando ti giri a guardare da un’altra
parte. Quella parte che ha trovato uno spazio dentro di te reclama di essere accompagnata
e allora ti accorgi di lei. E ti domandi quando è arrivata. Ma dopotutto non
puoi fare niente se non accettarla e accarezzarla».
Mi appoggio alla sua
spalla e inspiro il suo odore.
«Mamma? Penso di essermi
innamorato».
Alza il braccio e indica
qualcosa fuori della finestra. Osservo la sua mano ferma, i suoi occhi limpidi.
Mi afferra il mento e mi volta la testa. Non vuole che guardi lei, vuole che
guardi fuori. Indica verso il cielo.
Una nuvola. C’è solo una
nuvola. Bianca e tonda su un cielo luminoso di vento di fine estate.
Abbassa la mano, si gira
verso di me e sorride. Il frinire delle cicale sale di volume o forse mi
accorgo solo ora di loro. La abbraccio e la stringo a me.
«Sì mamma, quella nuvola
è molto bella».
venerdì 23 gennaio 2015
Preludi a Guerra in Purgatorio: Morgan
sì, sono bastate due settimane e ho perso il ritmo. il racconto dovevo postarlo ieri. ma ieri sono stato incasinato a litigare con una commessa cretina di una libreria dove ero andato a scrivere. una megera di proporzioni bibliche.
forse la metto come cattiva nel prossimo libro.
ma tipo che il mondo finisce se nessuno andrà a fermarla nel reparto Arte dove si annida.
bene. ora che è chiaro che la colpa è la sua e solo la sua, ecco il racconto del giovedì.
Morgan
«Quindi, sarai così gentile da nasconderlo
per me?». La Strega mi osserva con aria di sufficienza. Starà ripensando ai
soldi che le ho offerto. Ah! Qual disfatta, portare a casa un “sì” per denaro e
non per virtù.
«Un pugnale Infernale a New York. Merce di
contrabbando che scotta».
Alla scuola di vodoo doveva avere
l’insegnate di sostegno. «Carissima, è per questo suo scottare che sono venuto
da te, la migliore sulla piazza, colei che è in grado di nascondere un ago in
un pagliaio, colei che potrebbe far sparire persino una goccia d’acqua nel
cielo! Colei che, con un lauto compenso, mi faciliterà la vita nella grande
mela». Forse ho esagerato con le cazzate.
«Mi lusinghi. Non vorrai mica fare
qualcosa di male con quel pugnale? Non che abbia pregiudizi perché sei un
Infernale, intendiamoci».
Ho sbagliato a contattare questa demente,
altro che esagerazione di cazzate. «Mai sia! Sono un diavolo gentiluomo», le
bacio la mano. A questo punto le provo tutte. A trovare un altro incantatore ci
metterei troppo tempo e Ryan è deciso a partire. Cerchiamo di capire se è in
grado di aiutarmi e facciamola finita. «Mi è stato detto che lei è tra l’altro
a capo di una potente congrega», se non è così ti scarico senza nemmeno
salutarti brutta arpia. E il pugnale rimarrà a Phoenix.
«Lei ha molte informazioni… di riguardo».
Di riguardo? Di riguardo? E sorridi pure.
Che scocciatura quando cercano di parlare forbito. Comunque se non potranno i
soldi, potrà virtù. Colà, dove il vile denaro non può arrivare, arriva altro. «Ma
lei è davvero una dama d’altri tempi. Quindi, questa congrega?», cerchiamo di
arrivare a un punto o le sbatto la testa contro il muro.
«Si chiama la Congrega della Notte Notturna».
«Ma non mi dica! Che nome originale,
eppure evocativo. Un’annominazione, nevvero?».
«Eh?».
Ho esagerato. Le figure retoriche non le
studiavano nei corsi di recupero serali da megera. «Nulla, nulla. E mi dica. È
quindi in grado la sua congrega di nascondere agli incantatori degli Eterni la
mia cara lama Infernale?»
«Possiamo tentare».
«Ecco, con il mio amico supererò i confini
degli stati neutrali domani e in una settimana vorremmo essere a New York. Non
penso avremo tempo per un tentativo».
«Non posso darti nulla per certo. Gli
incantesimi degli Eterni sono molto potenti. E non sapremo se le nostre
dissimulazioni hanno funzionato fino a che non avrai passato il confine.»
«Allora ho una proposta». La guardo
intensamente e mi avvicino un po’ a lei. «Sei mai stata a New York?».
«No».
Evviva l’ignoranza e la provincialità,
«che ne diresti di lasciare la tua bella Phoenix e di visitare la big city con
me? Sarò il tuo Virgilio, il tuo Cicerone», vacci piano che non ti capisce,
«sarò il tuo… guida!», mi sorride. Ecco ora ha capito di che parlo. Che fatica.
«Non saprei, la mia congrega…»
«Siete una congrega di meravigliose e
potenti Streghe. Potrei farvi venire, tutte». Fatti forza ragazzo mio, avrai un
sacco di lavoro da fare, «e con l’occasione potete portare con voi il mio
pugnale».
«Ma potremmo essere attaccate dagli Eterni
se i nostri incantesimi falliscono».
«Vero, ma gli Eterni non hanno molto
potere sugli Umani. Voi dovrete solo dire che il pugnale è un oggetto che avete
comprato al mercato nero e che non siete a conoscenza della sua storia.
Immagina il brivido del contrabbando, l’adrenalina dell’insondabile futuro, il
fiato sospeso dall’apprensione».
«Questa cosa è molto più pericolosa di
quello di cui avevamo parlato al telefono».
«Lo so. Ma non mi aspettavo di trovare una
Strega di tanto potere quanto fascino. La tua vista mi fa pensare a mille altre
possibilità. E non parlo solo di magia e armi Infernali».
«Ah no? E cosa avevi in mente?».
Mi sfilo la maglietta, fisso i miei occhi
nei suoi. O la va o la spacca.
«Ma cosa? La tua testa».
«Sono corna. Venti centimetri l’una. E non
sono la mia parte più lunga». Finisco di farle crescere fino alla loro massima
estensione. Amo le mie corna. Ora tocca mettere in mostra il resto. E il mio
pugnale arriverà a destinazione. Oh sì che arriverà a destinazione. Ryan mio
quanto si allunga la tua lista di debiti. Guarda con che erinni mi tocca andare
a letto.
giovedì 15 gennaio 2015
Preludi a Guerra in Purgatorio: Alexander
Secondo giovedì, secondo racconto dei preludi di Nephilim! Stavolta c'è lo Stregone Alexander, alleato dei Celestiali e amico di Emily Feather.
Alexander
Praticare la magia
vuol dire realizzare qualsiasi cosa. Questo è tanto più vero quanto meno ne
sai. Chi non conosce la magia non ne vede gli ostacoli, le difficoltà, il peso.
Il primo incantesimo lanciato da un bambino può essere più potente del
complesso rituale di un arcimago perché quel bambino segue solo l’istinto e
l’immaginazione. L’unico modo per tornare a quello stato di grazia è superare
un confine dal quale non si può tornare indietro. Chi l’ha fatto non è più se
stesso ormai. La magia non ha limiti, quindi l’unico limite sei tu. Così ti
trovi a dover accettare la tua impotenza e a convivere con incapacità solo tue.
Anni a sbattere la testa su un libro per riuscire nel più semplice incantesimo.
Si impara l’umiltà e la frustrazione. Perché se la magia può tutto, beh, tu di
certo non puoi.
Eppure quando Emily mi osserva vede in me un potente incantatore.
Qualcuno che può tutto. Un incantatore che non conosce limiti.
Non sa quanto è vasto il vuoto sotto la superficie, non sa quanto è
vorace il mostro che nascondo in cantina.
Tutti gli anni di studio non mi avevano preparato ad affrontare questa
realtà semplice e terrificante: lei crede in me. È un pensiero che mi abbatte e
disarma. E non c’è magia che possa usare per aiutarmi.
La magia è fatta di parole e di gesti che delineano un’immagine.
Un’immagine tanto potente da soppiantare la realtà.
Quando diventi uno Stregone la tua immaginazione diventa concreta e così
devi imparare a controllare tutto quello che il resto degli uomini non pensa di
dover gestire. Quello che desideri, quello di cui hai bisogno, quello che temi,
ciò che sogni, gli incubi che ti svegliano di notte. Tutto può diventare reale,
solido e tangibile. Usare la magia attiva cascate di eventi che non si possono
calcolare. Ogni Stregone è la farfalla che fa esplodere una tempesta dall’altra
parte del mondo. Ogni Stregone è una farfalla che deve monitorare tutto quello
che la riguarda.
Ecco. Forse è questo che dovrei dire domani a Emily.
Se vuoi diventare
una Strega dovrai imparare a controllare tutto. Pensieri, emozioni. Tutto dovrà
ricadere sotto il tuo occhio vigile. Sarai una farfalla che esplode tempeste.
Ma forse non servirà. Se domani mi rivelerà di essere una Celestiale, se
ho ragione a pensare che lo sia, allora non dovrò preoccuparmi più di tanto.
Nessuno della loro razza è mai diventato un incantatore. Non possiedono il
Talento. Lei non sarà un’eccezione. Alla prima matita che riuscirà a levitare
capirà di aver raggiunto il proprio limite e la questione si risolverà da sola.
A me basta avere una scusa per passare un po’ di tempo insieme.
In ogni caso, prima dell’incontro di domani, è meglio rimettere a posto
quello che è mia responsabilità. Non voglio ci siano margini di rischio per lei
o per i suoi amici.
Chiudo gli occhi e sgombro la mente. Sento il mio corpo astrale
allontanarsi dalla materia. Una sensazione che per molti è fastidiosa. Io l’ho
sempre trovata molto piacevole.
Quando riapro gli occhi sono seduto sull’erba. Il cielo è illuminato
dalle stelle. Non c’è mai la luna da queste parti. La casa assomiglia a quella
dove sono cresciuto. La stessa veranda, le stesse finestre di vetro un po’
opaco. Le zanzariere tremano al vento con quel loro rumore impreciso. L’albero
e l’altalena poco distanti sono comparsi da poco. Come l’erba che copre tutto.
Fino a poco tempo fa la casa era davanti a un campo pietroso e non c’era alcun
albero a cui attaccare un’altalena. Il ragazzino si dondola dandomi le spalle.
Sono convinto l’abbia messa lui l’altalena. E forse anche l’erba. Un giorno
magari lo saluterò. Salgo i due scalini che danno sulla veranda e arrivo alla
porta d’ingresso. Apro la zanzariera e busso due volte. Come era di regola a
casa. Le regole e le tradizioni devono essere rispettate. Guai a chi non le
conosce. La porta si apre ed entro.
Ogni oggetto che si trova qui è un simbolo. Più o meno esplicito e
semplice. Una foto di mio padre e quella di mia madre sono rappresentazioni
molto chiare del loro ricordo e del valore che hanno per me. Mi sorridono come
sempre. Il camino acceso è la mia energia vitale. D’altra parte per capire che
quella maschera rappresenta mia nonna bisognerebbe conoscermi a fondo e sapere
molto di me.
Il bastone di legno è poggiato sul tavolo, nel centro della sala. Quel
bastone più che un simbolo è un ricordo e un ammonimento. Avevo dodici anni e
pensavo di essere in grado. Non mi sembrava niente di troppo complicato. Tornare
a far germogliare un vecchio bastone di legno. Ne sapevo davvero poco. Non
tenterei nemmeno oggi qualcosa del genere. Vita e morte. Meglio non impicciarsi
di certe cose. Feci un gran casino con quel pezzo di legno. La magia dei
bambini è davvero pericolosa. Per riparare alle conseguenze di
quell’incantesimo la nonna dovette richiamare tutto il potere che aveva. Non mi
sgridò neppure. Il senso di colpa per quello che successe alla sua faccia fu
una punizione più che sufficiente. Non poté più andare a fare la spesa povera
nonna. Sempre coperta con quella maschera di legno.
Il serpente dorme come sempre accanto al camino. Da quando è comparso
non si è mai mosso, anche se credo mi osservi ogni tanto. Deve essere la
rappresentazione di qualche antenato, ma non ho ancora individuato chi sia. In
ogni caso non penso sia una minaccia. Come il bambino sull’altalena.
La botola. Appena il mio pensiero va alla botola e alla cantina sento
dei colpi provenire dal pavimento. Dei lamenti e grattare sul legno. Lui è sempre
lì. E sa che sto pensando a lui. Basta questo pensiero per dargli la forza di
muoversi. Incatenarlo dentro il rifugio astrale è stata una mossa che in tanti
hanno considerato azzardata. È stata invece una grande intuizione. Qui il mio
potere è al massimo, condensato in simboli e quasi ogni cosa è controllata da
me. Lui non può accedere alla mia energia anche se ne è circondato e qui non ci
sono ombre dove potrebbe nascondersi. Portandolo qui ho osato molto più di
quanto non avessero fatto tanti altri prima di me. Grazie a questo azzardo ho
potuto spingermi ben oltre i confini che erano stati tracciati. So che lui è
chiuso nella cantina, sotto controllo. Lontano da me. Non può uscire. L’unico
che può aprire quella botola sono io. Sono al sicuro finché lui è lì.
Batte dei colpi sordi.
Cambia. Tutto
cambia Alexander. Un giorno le cose cambieranno anche per me.
Non aprirò quella botola. Tu rimarrai confinato lì sotto per sempre.
Un giorno le cose
cambieranno anche per me.
Io non sceglierò mai di liberarti. Non lo farò mai. Con un pensiero
chiudo la mente alla sua voce.
Qui è tutto a posto. Mi giro per andarmene e ho l’impressione fugace di
un movimento vicino il camino. Mi giro. Il serpente è sempre immobile e
addormentato.
Deve essere stata un’impressione.
giovedì 8 gennaio 2015
Preludi a Guerra in Purgatorio: Emily
L'avevo promesso qualche giorno fa, mantengo la parola solo oggi.
Pubblico qui il primo racconto che ho scritto per i Preludi a Guerra in Purgatorio.
La versione completa (5 racconti) la potete scaricare qui se usate kindle, qui se usate kobo o qui se preferite un pdf.
come sia sia, sono gratuiti da tutte le parti.
e comunque verranno tutti pubblicati anche sul blog!
e adesso me ne torno a scrivere il secondo di Nephilim!
«Cosa c’è di più triste di un sogno che realizzandosi diventa una realtà senza emozioni?». Mi osservano distratti. Quello sorseggia un martini dry e guarda le tette della tipa con cui è venuto. Lei controlla annoiata l’orologio pensando a che perdita di tempo sia stata uscire con quell’impiegatuccio di banca con le manie di grandezza. «Quando ho deciso di abbracciare il sogno, quando ho deciso di fare tutto quello che era in mio potere per diventare una cantante, mi sono domandata cosa sarebbe successo se questo grande progetto si fosse poi trasformato in qualcosa di noioso. Se questo mare in tempesta si fosse ridotto ad essere un bicchiere d’acqua agitato in mano. Cosa avrei potuto fare se tutto fosse diventato una delusione?». Qualche faccia in più si alza a guardarmi. Forse più per la scollatura che per quello che dico. Va bene. Se mostrare un po’ di pelle può farvi alzare gli occhi dal vostro tavolo per qualche minuto lo farò. Sono qui per rompere i vostri gusci e tirar fuori il mollusco che cerca la libertà dentro di voi. Uscirete da qui un pochino diversi e un pochino migliori. Forse più tristi, forse più felici. Di sicuro non uscirete da qui senza pensare che sia successo qualcosa di importante. Lo farò con la musica, con le parole, e sono disposta a usare, anche solo per un attimo, l’inganno di un corpo avvenente. Alla fine di questa serata non sarà il centimetro di pelle che ricorderete. «Poi ho capito che avrei dovuto fare tutto da sola. Ma proprio tutto. Perché se avessi lasciato andare anche solo per un attimo, quel sogno mi sarebbe sfuggito di mano e non sarei più stata in grado di riconoscerlo. Il sogno è il mio e solo io avrei potuto mandarlo in una direzione e non in un’altra. E proprio in quel momento, proprio quel pomeriggio che mi ero presa per riflettere sul futuro, ho fatto una scelta e ho deciso che la meta finale sarebbe stata la grandezza e lo splendore. Non avrei accettato niente di meno».
Pubblico qui il primo racconto che ho scritto per i Preludi a Guerra in Purgatorio.
La versione completa (5 racconti) la potete scaricare qui se usate kindle, qui se usate kobo o qui se preferite un pdf.
come sia sia, sono gratuiti da tutte le parti.
e comunque verranno tutti pubblicati anche sul blog!
e adesso me ne torno a scrivere il secondo di Nephilim!
Emily
«Cosa c’è di più triste di un sogno che realizzandosi diventa una realtà senza emozioni?». Mi osservano distratti. Quello sorseggia un martini dry e guarda le tette della tipa con cui è venuto. Lei controlla annoiata l’orologio pensando a che perdita di tempo sia stata uscire con quell’impiegatuccio di banca con le manie di grandezza. «Quando ho deciso di abbracciare il sogno, quando ho deciso di fare tutto quello che era in mio potere per diventare una cantante, mi sono domandata cosa sarebbe successo se questo grande progetto si fosse poi trasformato in qualcosa di noioso. Se questo mare in tempesta si fosse ridotto ad essere un bicchiere d’acqua agitato in mano. Cosa avrei potuto fare se tutto fosse diventato una delusione?». Qualche faccia in più si alza a guardarmi. Forse più per la scollatura che per quello che dico. Va bene. Se mostrare un po’ di pelle può farvi alzare gli occhi dal vostro tavolo per qualche minuto lo farò. Sono qui per rompere i vostri gusci e tirar fuori il mollusco che cerca la libertà dentro di voi. Uscirete da qui un pochino diversi e un pochino migliori. Forse più tristi, forse più felici. Di sicuro non uscirete da qui senza pensare che sia successo qualcosa di importante. Lo farò con la musica, con le parole, e sono disposta a usare, anche solo per un attimo, l’inganno di un corpo avvenente. Alla fine di questa serata non sarà il centimetro di pelle che ricorderete. «Poi ho capito che avrei dovuto fare tutto da sola. Ma proprio tutto. Perché se avessi lasciato andare anche solo per un attimo, quel sogno mi sarebbe sfuggito di mano e non sarei più stata in grado di riconoscerlo. Il sogno è il mio e solo io avrei potuto mandarlo in una direzione e non in un’altra. E proprio in quel momento, proprio quel pomeriggio che mi ero presa per riflettere sul futuro, ho fatto una scelta e ho deciso che la meta finale sarebbe stata la grandezza e lo splendore. Non avrei accettato niente di meno».
«Sei in un cazzo
di locale downtown! Il tuo sogno è già andato a farsi fottere baby!».
Grazie bel
maleducato.
«Dal
silenzio che c’era le possibilità erano due: o avevo catturato l’attenzione di
tutti o eravate morti. Direi che siete proprio vivi lì sotto!», adesso ti
faccio vedere io. «Vedi caro ragazzo,» scendo dal piccolo palco sul fondo del
locale e cammino tra i tavoli. Lascio il microfono sul palco, tanto la voce la
faccio arrivare dove voglio. Ogni tavolino un abat-jour. Molte persone sole.
Tanti che fumano. Prendo una sigaretta dalle labbra di una ragazza, un drink
dalle mani dell’amica seduta accanto. Sarà un locale da poco, ma diavolo se
sanno fare i cocktail qui. Lascio il bicchiere sul tavolino e sorrido alla
ragazza. Tiro una boccata di sigaretta e mi rivolgo di nuovo al maleducato. «Il
punto del sognare non è tanto dove lo fai ma,» lo raggiungo strizzandomi negli
stretti passaggi creati da sedie e tavolini troppo vicini, appoggio una mano
sulla sua spalla e gli avvicino la bocca alle orecchie. Fingo di sussurrare
facendo ben attenzione a che tutti mi possano sentire con chiarezza, «come lo fai».
Qualche
risatina in sala. Iniziano a darmi retta. Quasi quasi mi scoraggiavo.
«Se permetti
vorrei allora dirti qualcosa sui sogni, su quello che si realizza in una vita e
sull’unica cosa che conta alla fine».
Gli afferro
la mano, lui ride ebete, da un insulto pensa di aver ottenuto un rimorchio. Mi
studia nel vestito attillato. Segue i capelli che si rovesciano sulla
scollatura e scivolano fino ai fianchi. Mi servi perché se porto te dalla mia,
allora mi seguiranno tutti. Come dice la sorellona: “individua chi ti vuole più
male e rendilo un alleato. Non dovrai più temere nessuno”.
Arrivo al
palco, mi siedo sullo sgabello e gli parlo mentre continuo a tenergli la mano
sudata. «C’è una canzone che comincia come un discorso lasciato a metà. E fa
più o meno così:
and now, the end is near,
and so I got to face the final
curtain, curtain».
Qualche
applauso sparuto. Ora sono tante le teste che mi osservano. Credo che si sia
svegliato persino il ragazzo delle luci. Lo spot è finalmente centrato su di
me. Diamogli ancora qualcosa su cui focalizzare l’attenzione.
«My friends, I’ll say it clear,
I’ll state my case,
of which I’m certain.
Perché
vedete, il punto non è dove si arriva. Se sul palco di un piccolo locale downtown
dove un ragazzo che ha alzato un po’ troppo il gomito si sente in diritto di
insultarti,» abbassa lo sguardo lo scemo. Dai che dopo ti faccio una sorpresa,
«o al Super Bowl. L’importante è aver portato il proprio sogno dove si vuole. E
averlo fatto come nessun’altro avrebbe potuto.
I’ve lived a life that’s full.
I’ve traveled each and ev’ry highway,
and more, much more than this,
I did it my way.
Perché alla
fine dei conti è tutto qui. Quando si traccia la riga e si tirano le somme.
Quando l’ultimo sipario è calato, l’unica cosa che rimane è ciò che abbiamo
fatto e ciò che siamo stati. E se abbiamo seguito la nostra strada, più di
tanto non possiamo aver sbagliato». Mi inclino verso il ragazzo. Adesso sono davvero
in pochi a non seguire quello che succede sul palco. Sussurro delle parole
nelle orecchie del tipo. Lo convinco usando la Voce che è in grado di suonare
il pianoforte a muro che è dietro di lui. Hai visto? Eri il mio più grande
nemico e adesso se il mio più grande alleato.
Si alza un
po’ stordito e stupito, anche lui non sa perché o come, ma sa di potermi
accompagnare con la musica. Si siede e senza guardarsi intorno muove le dita
sui tasti. All’inizio un po’ incerto. Poi prende sicurezza e dopo un paio di
giri riprendo a cantare.
«Regrets, I've had a few;
But then again, too few to mention.
I did what I had to do
And saw it through without exemption».
But then again, too few to mention.
I did what I had to do
And saw it through without exemption».
Prima ancora
di cantare la strofa successiva so di avere tutti concentrati su di me.
«Non importa
dove, non importa con chi, non importa quando. L’importante è realizzare il
sogno nell’unico modo in cui non potrà farlo nessun altro. E poter cantare alla
fine: sì, l’ho fatto a modo mio. E il resto non conterà più di tanto».
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